Istanza mancante, prova a ricaricare le istanze
Brexit: May, obiettivo è lasciare l’Ue con un accordo

Brexit: May, obiettivo è lasciare l’Ue con un accordo

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Theresa May resta convinta che il “miglior modo” di attuare la Brexit sia “uscire in modo ordinato dall’Ue e con un accordo”. Lo ha evidenziato nel Question Time del mercoledì ai Comuni, prima di partire per Bruxelles, rispondendo a un deputato brexiteer che sollecitava invece un divorzio no-deal. La premier s’è detta convinta che “un governo conservatore” possa fare “un successo” di qualunque Brexit, ma ha insistito sull’obiettivo di un deal, accusando il Parlamento di aver ritardato l’uscita non ratificando finora un accordo.

Istanza mancante, prova a ricaricare le istanze

I 27 leader europei riuniti oggi a Bruxelles per discutere della data della Brexit potrebbero proporre un rinvio dell’uscita della Gran Bretagna dall’Ue al 30 marzo 2020. E’ l’ipotesi che circola sui media internazionali che citano fonti europee vicine al dossier. La premier britannica ha chiesto un rinvio al 30 giugno, mentre alcuni Paesi sarebbero disposti a concederle più tempo, fino a fine 2019 o, ed è questa l’ipotesi, al 2020 inoltrato. Il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk ha proposto l’estensione più lunga, di 12 mesi.

L’Italia è pronta a sostenere in sede Ue la richiesta di una proroga dei tempi della Brexit “di qualunque durata” il governo britannico ritenga utile in questa fase. Lo ha assicurato – secondo quanto riferiscono fonti diplomatiche a Londra – il ministro degli Esteri, Enzo Moavero Milanesi, in una conversazione con il collega Jeremy Hunt, capo del Foreign Office. Il tema dell’estensione dell’articolo 50 e dei termini dell’uscita del Regno Unito è oggi al centro di un vertice dei leader Ue convocati a Bruxelles per un Consiglio Europeo straordinario.

Sulla Brexit si naviga a vista, se non proprio alla cieca, con l’unico obiettivo immediato di allontanare lo spettro di un divorzio no deal e i disastri che potrebbero derivarne per l’economia del continente, oltre che per quella britannica. E l’incertezza si riflette persino sulla data della prossima proroga: che Theresa May chiede – con il placet d’un Parlamento di cui è ormai ostaggio – non oltre il 30 giugno; Angela Merkel e diversi altri leader dei 27 sarebbero pronti a allungare nel 2020 inoltrato; e il Consiglio europeo potrebbe concedere sino a fine 2019, a patto che l’isola partecipi alle euroelezioni di maggio. Ma che alla fine potrebbe ridursi soltanto a un secondo mini slittamento, dal 12 aprile al primo giugno, di fronte a scenari che continuano a non offrire alcuna garanzia chiara sugli orizzonti futuri del Regno Unito e a una sua mancata convocazione delle urne. Per la premier Tory la vigilia del vertice di Bruxelles è stata una giornata di questua diplomatica. Con tappe a Berlino e a Parigi per sondare gli umori di Angela Merkel ed Emmanuel Macron, se non proprio per elemosinare il via libera di Germania e Francia sui paletti della nuova estensione dell’articolo 50, dopo quella accordata prima della data originaria del 29 marzo per la sempre più affannosa uscita di Londra dal club europeo a quasi tre anni dal referendum che sulla carta sancì l’addio. La cosa certa è che si tratterà di un’estensione flessibile, o ‘flextension’ come è stata ribattezzata e come sollecita il presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk, in una lettera inviata ai leader dei 27. Ma sulla durata prolungata, che lo stesso Tusk aveva evocato per primo, l’unanimità dei 27 è tutta da verificare. L’ex premier polacco nella missiva insiste: “Visti i rischi di un no-deal per persone e imprese – scrive – confido che faremo il possibile per evitare questo scenario e propongo di considerare la richiesta della May di un’estensione al vertice di domani(oggi, ndr)”.

Una proroga che la pericolante inquilina di Downing Street invoca con scadenza al 30 giugno e l’opzione di uscire prima (auspicabilmente per il 22 maggio, in modo da evitare l’incognita e il paradosso di partecipare al voto per l’assemblea di Strasburgo) laddove le riesca ciò che finora non le è riuscito: strappare a Westminster quella ratifica di un accordo di divorzio per la quale solo all’ultimo minuto si è risolta a cercare un compromesso con l’opposizione laburista di Jeremy Corbyn nell’ambito di negoziati che per ora proseguono fra alti e bassi sull’idea di una soft Brexit annacquata dalla permanenza del Regno nell’unione doganale. Ma una proroga che Tusk ritiene debba poter essere spinta più in là. Se non altro come “alternativa” potenziale, tenuto conto che in base ai precedenti, e alle convulsioni interne alla politica e alla società britanniche, c’è “scarso motivo di credere” che i nodi possano essere sciolti davvero in poche settimane.

Un atteggiamento elastico che sembra trovare disponibile la cancelliera Merkel, come emerso dopo il suo faccia a faccia di oggi con l’amica Theresa. E così pure un numero consistenti di governi, incluso quello italiano, decisi innanzi tutto a scongiurare lo spettro di un divorzio senz’accordo che se in riva al Tamigi fa sognare i falchi ribelli brexiteer, nel palazzo del Fondo Monetario Internazionale (Fmi) fa gridare al rischio di recessione globale o quasi. Più freddo è tuttavia Macron, come sottolinea una fonte dell’Eliseo a margine dell’incontro serale fra la May e il presidente francese. Spiegando che Parigi non si oppone a un rinvio in sé, ma considera decisamente “troppo lungo un anno”: a meno che da Londra non spuntino novità vere, una svolta concreta. Magari in direzione di quel secondo referendum che il fronte Remain britannico non cessa d’invocare, e qualcuno nel continente di ritenere possibile, ma il cui svolgimento e l’eventuale esito restano per ora avvolti nella nebbia.

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